TOGLIERSI IL CASCO PER PREVENIRE IL RISCHIO

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E’ successo ieri presso il Lungomare Canepa a Genova, dove lavoratori appartenenti all’ILVA e ad altre fabbriche genovesi si sono dati appuntamento per una manifestazione.

Fatti tragici di polizia a Genova ce ne sono già stati e ieri la tensione era alta: su un fronte lavoratori arrabbiati e determinati, sull’altro poliziotti con caschi e maschere, i loro DPI in queste situazioni.

Dopo due ore di atmosfera esplosiva che aspettava un innesco, Maria Teresa Canessa, vicequestore posizionato in prima fila con i colleghi, si toglie il casco, si avvicina ad un operaio e scambia due parole con lui, che coglie il gesto simbolico e le stringe la mano.

I manifestanti hanno ottenuto un tavolo di trattativa con il Governo, i poliziotti sono potuti rientrare a casa senza un graffio.

Maria Teresa si è tolta il casco a protezione della sua incolumità per scongiurare un rischio maggiore: senza saperlo ha applicato l’art.76 del Decreto 81.

Di fronte al suo gesto, cara vicequestora, anch’io mi tolgo il cappello. Chapeau!

 

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utopie

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Voglio rendere il mio omaggio a Gino Strada, che oggi ha ricevuto il “Nobel alternativo” per la pace.

Ho appena finito di leggere il testo integrale del discorso che ha tenuto ieri al Parlamento svedese durante il ritiro del prestigioso riconoscimento, e mi sono emozionato.

La sua grande utopia della fine delle guerre e delle sue vittime mi ha fatto pensare alla mia piccola utopia, molto più modesta, che riguarda le morti sul lavoro nella mia terra.

Grazie, Gino Strada, e auguri a Emergency che è nata in Italia nel 1994, come la 626.

DIETRO LE PAROLE

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Da qualche anno collaboro con l’agenzia regionale che si occupa di sviluppo d’impresa BIC SARDEGNA per la quale curo i contenuti della sezione salute e sicurezza del lavoro presente sul portale sardegnaimpresa.eu.

Quest’anno, oltre agli aggiornamenti, ho avuto la possibilità di fare due interviste.

La prima al direttore della BEKAERT SARDEGNA SPA  e la seconda al titolare della SARDA MONTAGGI SAS: il gigante multinazionale manifatturiero e la piccola impresa locale delle manutenzioni industriali.

Due realtà aziendali agli opposti rispetto alle dimensioni organizzative ma accomunate da una attenzione sulla prevenzione degna di nota.

Vi invito a leggerle, per me sono state due belle esperienze dal punto di vista umano e professionale.

Foto Secchi Roberto  Foto Caria Raffaele

TRUFFORM spa

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La CIIP, un autorevole organismo interassociativo nazionale impegnato per la Prevenzione, ha di recente inviato una lettera al Ministero del Lavoro e ad altri organismi di controllo per denunciare il “malaffare” nel mercato della formazione sulla sicurezza:

In questi anni si è potuto constatare che si sono sviluppate ampie zone di elusione e/o evasione degli obblighi normativi relativi alla formazione, con il frequente ricorso a soluzioni di mera apparenza, il rilascio di attestati formativi di comodo e/o al seguito di procedure meramente burocratiche e prive di contenuti reali, con docenze affidate a formatori non qualificati e la vendita di corsi in “formazione a distanza” privi dei requisiti di legge, spesso anche di contenuti pertinenti, tali da configurare vere fattispecie di truffa ai danni degli utenti.”

Non c’è dubbio che l’approccio “mercantilistico” alla formazione sulla sicurezza sia un virus letale per la promozione di una adeguata cultura in materia di prevenzione.

Cerco di spiegarlo con questo “ciclo distruttivo”:

  1. l’azienda chiede un Corso o un intervento formativo per i suoi dipendenti; nella maggior parte dei casi il suo interesse è quello di ottenere il pezzo di carta al minor costo, il quale è dato sia dal prezzo del servizio da acquistare sia dalla mancata produzione dovuta all’assenza dei dipendenti impegnati in aula
  2. per venire incontro a questi interessi e ottenere il lavoro, spesso il soggetto formativo (società, ente o libero professionista) accetta di operare a basso costo in orari extralavorativi per i dipendenti
  3. il basso costo offerto all’azienda può diventare remunerativo per il soggetto formatore a condizione che venga pagato poco il docente, o i docenti, e non si perda tempo nella progettazione dell’intervento formativo

Risultati: a) i docenti utilizzati sono spesso giovani con poca esperienza formativa o senior con scarsa motivazione a far bene; b) i contenuti delle lezioni risultano noiosi e ripetitivi; c) la verifica dell’apprendimento non si fa e se si fa è inattendibile; d) i materiali didattici consegnati ai corsisti sono scadenti; e) i lavoratori in aula sono stanchi e arrabbiati, sia perché sono stati costretti ad andare al Corso dopo il turno di lavoro, sia perché lo straordinario, loro dovuto, molto probabilmente non lo vedranno in busta paga e le ore trascorse in più in azienda finiranno “in cavalleria”

In questo esempio, apparentemente “regolare”, potremmo trovare  tre o quattro “illegalità” commesse, ma ciò che più mi interessa far rilevare è che l’obiettivo nobile della formazione (creare cultura) viene tradito per un piatto di lenticchie, rendendo quei lavoratori più impermeabili di prima ai cambiamenti di mentalità sulla sicurezza.

E non stiamo parlando di Corsi pro-forma, ovviamente.

il fiume carsico delle morti bianche

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Apprendo oggi da “La Stampa”  che da gennaio ad agosto 2015 si sarebbe verificato un aumento delle morti sul lavoro di circa il 10% (esclusi gli infortuni in itinere) rispetto allo stesso periodi dell’anno scorso, un dato in controtendenza rispetto agli ultimi 10 anni.

A soli 3 mesi dalla presentazione confortante dei dati 2014 dell’Inail ci ritroviamo con uno scenario completamente diverso, con il quale speravamo di non doverci più confrontare.

Il fiume carsico delle morti bianche in Italia si nasconde quando la stagnazione economica  e la disoccupazione occupano la scena, ma si riprende la ribalta quando i motori dell’economia riprendono a funzionare, lasciando intendere che le sue sorgenti sono ben lungi dall’essere prosciugate.

Questi dati, a mio avviso, danno valore all’affermazione riportata nella Relazione finale sulle morti bianche approvata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta  il 15 gennaio 2013

“…   Spesso poi manca un’adeguata cultura della sicurezza, il che porta molti operatori a ritenere l’applicazione delle regole della prevenzione come un mero aggravio di costi o, nel migliore dei casi, un appesantimento burocratico da adempiere in modo formale e, per così dire, senza una vera convinzione.” (Pag.15)

Il fiume è tornato in superficie.

Auguri a tutti i costruttori di argini.

fiume carsico

Quando il profitto ne approfitta

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La vicenda della vergognosa truffa Volkswagen di questi giorni non mi ha lasciato indifferente: barare sulla salute delle persone per trarne profitto è un atto contro l’umanità e come tale và denunciato.

Mi ha ricordato la dolorosa vicenda all’acciaieria Thyssenkrupp di Torino in cui morirono 7 operai nel dicembre 2007: l’azienda era a conoscenza del rischio elevato cui stava esponendo i lavoratori della linea 5, ma decise ugualmente di non intervenire per eliminare o ridurre il rischio perchè avrebbe dovuto spendere parecchi soldi.

Omicidio volontario, dissero i giudici di primo grado, non semplicemente colposo, come per tutte le morti bianche fino a quel giorno.

Le emissioni dannose rilasciate dai motori diesel truccati Volkswagen si sono disperse nell’aria e molto probabilmente non hanno procurato danni a nessuno, verrebbe da pensare.

Proprio qui sta il nodo del problema: decidere che si può trasgredire una regola che tutela un interesse collettivo perché è difficile dimostrare il nesso tra quella trasgressione e un danno personale realmente provabile.

E’ una lotta atavica quella tra regole collettive e interessi privati, ma nella storia si sta timidamente aprendo una terza via, oggi sentiero in salita, domani sicuramente autostrada: è la via costruita sulla sintesi possibile tra le due dimensioni, collettiva e privata, lungo la quale entrambe si sviluppano e progrediscono.

Non saranno tanto le soluzioni trovate a promuovere una nuova cultura delle regole, quanto lo sforzo per cercarle.

Lungo la vecchia strada il profitto ne ha approfittato, ma il non-profit ha scoperto il trucco.

La storia avanza, attenti alla ruggine.

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pro-forma, OVVIAMENTE

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Ho ripreso il mio lavoro dopo una salutare parentesi estiva, resa ancora più gradevole dal fatto che per la prima volta dopo diversi anni sono riuscito a fare una cosa apparentemente semplice ma rivelatasi, vista l’attesa pluriennale, piuttosto ardua.

Ogni anno, da quando faccio l’RSPP mi riprometto, infatti, prima di andare in ferie, di fare dei sopralluoghi presso le aziende che seguo, sia per monitorare le situazioni che per augurare le buone ferie ai titolari e ai lavoratori.

Quest’anno, con caparbietà, ci sono riuscito e questo ha contribuito sia alla mia autostima che alla mia memoria visiva, la quale indugia, sempre più spesso, ad associare nomi a volti che vedo ormai da anni dentro le stesse aziende.

Il rientro al lavoro è stato, quindi, in discesa, privo dell’effetto negativo costa crociere e carico di aspettative.

A riportarmi bruscamente alla dura realtà è stata la seguente conversazione telefonica con un datore di lavoro che ha ancora qualche adempimento arretrato:

IO – …e infine ci sarebbero alcuni Corsi da fare, sia per lei che per la sua dipendente

LUI – di quali Corsi si tratta?

IO – del suo aggiornamento come RSPP e addetto al primo soccorso e il corso di sicurezza per la sua dipendente

LUI – si tratta di Corsi ovviamente pro-forma, giusto?

Ovviamente io so che ci sono in giro Corsi pro-forma: tu mi paghi, io ti dò l’attestato (ad un prezzo scontato) ed entrambi risparmiamo tempo perché il Corso è “fantasma”. Ma ciò che mi ha più colpito è stato il fatto che il nostro amico non si riferiva ai Corsi promossi dal sottoscritto (perché ancora non sapeva che mi occupavo anche di formazione),  bensì al “mercato” dei Corsi sulla Sicurezza.

Per cui, la mia buona “forma” psico-fisica del rientro dalle vacanze è stata subito sfidata dai Corsi  “pro-forma”… uscendone vincitrice, ovviamente.

VOLI CANCELLATI

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Sapevo che prima o poi la notizia sarebbe arrivata puntuale anche quest’anno …

Omar, 37 anni, di Terralba, non ce l’ha fatta.

Non ce l’ha fatta due volte: non ce l’ha fatta a superare il trauma cranico e  non ce l’aveva fatta a scendere da quel silos come si dovrebbe scendere in ogni luogo di lavoro da un posto in altezza, cioè “di piedi” e non “di testa”.

3 metri, si dice. L’ennesimo volo a testa in giù. Bastano tre metri, anche meno, per perdere la vita cadendo a testa in giù. Non fai in tempo a girarti, la breve distanza non te lo permette. Era stato così anche per Corrado, mio cognato.

In questo periodo tanti giovani si lasciano cadere a testa in giù nella nostra terra, ma dagli scogli per finire sott’acqua, come a S’Archittu, accompagnati da sorrisi e foto scattate dagli amici per far memoria di un bel momento estivo.

Il volo di Omar si è consumato, invece, in un’azienda di allevamento, non sull’acqua ma su un terreno polveroso, dopo aver fatto un bagno si, ma di sudore lavorando all’aperto a 30 gradi e più.

Sogno un’isola sempre più collegata con il mondo in cui gli unici VOLI CANCELLATI, per sempre, siano quelli mortali dei lavoratori.

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RLS O PREPOSTO ?

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“L’RLS viene scelto dal datore di lavoro”: questa è l’affermazione che si trova inserita in vari test di verifica finale che utilizzo da oltre dieci anni nei Corsi per datori di lavoro, dirigenti, preposti, lavoratori, RLS.

Non l’ho mai sostituita perché, nonostante le approfondite spiegazioni sull’argomento, nonostante le risposte alle domande dei corsisti sulla designazione/elezione del RLS e l’avviso ai corsisti che tale affermazione avrebbe fatto  parte del test finale, c’è sempre, costantemente, un 20% circa dei corsisti che la sbaglia.

Circa due anni fa ho deciso di prendere di petto la questione  soffermandomi ancora di più sull’argomento e pensando di risolvere, così, il problema.

Niente da fare. Perfino un RLS “formalmente” eletto dai colleghi l’ha sbagliata.

Ed è stato in quel Corso che ho avuto un’illuminazione: ho cominciato a chiedere a quelli che la sbagliavano di spiegarmi perché l’avevano sbagliata.

Dalle loro risposte i motivi sono risultati fondamentalmente due:

1) nelle piccole imprese è sempre il datore di lavoro che indica l’RLS  da eleggere, per cui il verbale di elezione è semplicemente una “ratifica” di una sua decisione;

2) questa “investitura” dell’RLS da parte del datore di lavoro fa di questa figura un vero e proprio “preposto”, tanto che le stesse persone che sbagliano la domanda in questione definiscono l’RLS come “responsabile” dei lavoratori per la sicurezza e non “rappresentante”.

Questa confusione di ruoli e funzioni nella percezione della figura dell’RLS da parte delle altre figure della sicurezza e degli stessi lavoratori è un nodo “culturale”: concepita come figura centrale nel modello prevenzionale partecipativo, l’RLS risulta ancora ostaggio del vecchio modello centrato sul binomio comando-controllo.

Non sempre e non dappertutto, ovviamente.

Ma anche su questo fronte il cambiamento tarda ad arrivare.

Dal balcone di casa mia

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tetto via g.costantino

Questa foto è stata scattata di fronte a casa mia.

E’ una foto poco originale perché scene così  se ne possono trovare ogni giorno in giro per le nostre città o paesi, ma è proprio questo uno dei motivi per cui quando ne parlo con i lavoratori o i datori di lavoro so che non sono discorsi inutili.

C’è ancora molto, tanto da fare.