libertà e regole

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E’ stata una vicenda umana che mi ha coinvolto e alla quale, nella riflessione, ho dedicato la prima parte di questa giornata, con la consapevolezza che partecipare, quando ne ho la possibilità, alle vicende dolorose degli altri, così come a quelle gioiose e di successo, sia sempre un’occasione per crescere personalmente.

Mi riferisco alla vicenda di Fabiano Antoniani, noto come dj Fabo, rimasto tetraplegico prima e cieco poi a seguito di un incidente in auto, di cui non conoscevo la storia.

La sua decisione di darsi la morte ha riaperto un dibattito su come si possano conciliare nella nostra società la libertà di scelta individuale e le regole che si deve dare la collettività per il bene di tutti.

E’ stato per me doloroso ammettere che viviamo in una società in cui il divieto di suicidio volontario o assistito sia vissuto dall’individuo che lo richiede come la pena, in senso proprio, di un “ergastolo” e viceversa come lo Stato, cioè la collettività, concepisca l’autorizzazione a questo atto come “pena di morte”: da entrambe le parti si è perdenti.

Ci vorrà sicuramente uno sforzo sincero e non ipocrita per conciliare le diverse posizioni e arrivare ad un valore condiviso di dignità della vita che venga, però, messo in pratica coerentemente e non come accade in nostre molte carceri in cui formalmente lo Stato non applica la pena di morte accudendo “in casa” i propri cittadini ma con una modalità che non riesce ad evitare i suicidi, in crescita.

Dopo aver fatto queste riflessioni stavo per dedicarmi ai miei impegni quando lo sguardo si è fermato su queste parole dette da Fabiano ai suoi amici poco prima di morire “Promettetemi di indossare sempre le cinture”.

All’improvviso ho sentito queste parole familiari e con il potere di connettere gli elementi che fino a quel momento erano rimasti distanti: il rispetto di una regola della collettività che limita la libertà personale per proteggere la vita era il testamento che Fabiano lasciava, seppure in tono scherzoso, alle persone a lui più care.

Quando ripeterò questo consiglio in aula o nei posti di lavoro riferendomi anche ad altre cinture, questa storia mi farà compagnia .

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scusate. mi è scappata

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“Papà mi scappa!”. Fin da quando era piccolino Matteo mi faceva impazzire nei momenti più impensati con quel suo allarme improvviso. Fino a quando è rimasto piccolo gli sembrava un gioco: lui lanciava l’allarme e io mi lanciavo su di lui per trovare la soluzione migliore.

Le prime volte i miei scatti di papà apprensivo lo spaventavano, ma col tempo l’avevamo fatto diventare un gioco e tale era rimasto fino a quando in prima elementare non ce l’aveva fatta a trattenerla: scuola nuova, compagni nuovi, maestra nuova. Non aveva avuto la forza di chiedere di andare al bagno e ci avevano chiamati per portargli un cambio, ma io l’avevo preso e portato a casa.

Ancora altri anni con lo stesso problema di notte: panni per bambini grandi, senza panno, con le gocce, col vasetto vicino al letto, con la sveglia due volte a notte. L’anno scorso, a 10 anni, finalmente è finita la tortura per lui e per noi: ha cominciato a dormire tutta la notte senza doversi svegliare per farla e io, soprattutto, mi sono liberato di un peso.

Stamattina per problemi intestinali ho dovuto bere una bottiglia d’acqua dopo la mia colazione a base di caffellatte, un’altra me la sono portata in fabbrica insieme al pranzo.

Il tempo per andare al bagno prima di entrare in turno non c’è stato perché sono rimasto a parlare con i colleghi di alcuni problemi di lavoro, dimenticandomi che la prima pausa l’avrei avuta dopo tre ore e che l’acqua bevuta avrebbe cominciato a fare effetto da lì a un’ora.

Non ci ho pensato fino a quando il bisogno si è fatto impellente, mancava troppo tempo ancora alla pausa. Ho aspettato il momento più opportuno per chiedere al preposto l’autorizzazione a spostarmi dalla mia postazione, mi ha detto di aspettare e che avrebbe organizzato la cosa.

Il tempo passava, la vescica si stava gonfiando e stava diventando per me difficile mantenere anche la concentrazione su quello che stavo facendo, con il rischio di farmi male.

Ho fatto cenno con il braccio al preposto poco distante per ricordargli la mia richiesta, mi ha fatto cenno di aspettare, ma io mi sono sbracciato per fargli capire che non ce la facevo più e a quel punto mi ha fatto di no con la testa, l’azienda non poteva permetterselo.

Stavo per cedere, lo sentivo, ma non sapevo cosa fare: un allontanamento non autorizzato mi avrebbe creato grossi problemi disciplinari, non potevo permettermelo, ero tra gli ultimi arrivati.

Quando non sono riuscito più a trattenerla ho pensato a Matteo circondato dai suoi compagni di classe.

Sono tornato a casa distrutto moralmente. Ho pianto, ma l’acqua che usciva dagli occhi non ho voluto trattenerla, quella no.

vergogna